“in Ticino l’artigianato della paglia è soprattutto legato alla valle Onsernone. È da sempre un’arte povera legata alla coltivazione della segale che ne è materia prima.” La paja


“Era questo della paglia un lavoro corale di tutta la popolazione di tutta la valle: vecchie fanciulli, uomini e donne, perfino malati e infermi vi prendevano parte per quanto le loro condizioni lo permettessero. Era un’occupazione tiranna che in valle domandava tutte le braccia disponibili e fuori valle i tre quarti degli uomini validi per lo smercio dei prodotti (cappelli, sporte) in Piemonte e Lombardia.”


“La segale veniva coltivata fino sui 1400 m s/m, veniva seminata ai primi di ottobre o presto in primavera e la si falciava ai primi di luglio con la mèdra o médola.

Legata in manipoli toss veniva messa ad essiccare per circa 3 settimane sulle lobbie solatie così caratteristiche nella casa onsernonese.

Per non schiacciare e rompere gli steli, la segale non la si poteva battere con i correggiati: bisognava battere con ogni riguardo solo la spiga su di un tavolo un cassone o sulla strinciüria. La spiga veniva poi ripassata un’altra volta stüdiada con un bastone per non perdere nemmeno un solo chicco di grano. Dopo la battitura i manipoli venivano legati insieme a decine formando dei covoni i mèzz e riposti fino a che seguiva la cèrnita degli steli: la quale consisteva nel tagliarli prima sotto la spiga e poi sopra e sotto ogni nodo. Si ottenevano così paglie di varia qualità e lunghezza. …….

…..A questo lungo e noioso lavoro seguiva quello dell’imbianchimento: per tre volte consecutive la paglia veniva messa di notte al macero nel pozzo o in un ruscello e stesa di giorno sul prato solatio. Per ottenere un imbianchimento più radicale della paglia si ricorreva ai vapori di zolfo. ………

……….All’imbianchimento seguiva il discernimento, cioè la separazione delle paglie a seconda della loro grossezza. Il che avveniva con crivelli i discernitt a dodici gradazioni.

Le paglie così separate venivano di nuovo legate in mazzetti e riposte in attesa di venir impiegate nella confezione delle diverse qualità di treccia la binda, generalmente composte di sette paglie.

Quello della treccia era il lavoro più impegnativo: vecchi e fanciulli intrecciavano la più grossa e ordinaria: uomini e donne la mezzanella, mentre la paglia più fine, quella della spiga era riservata alle mature zitelle che durante tutta la loro esistenza non avevano mai fatto altro, causa la loro debole costituzione fisica o per la loro salute cagionevole che le dispensava dai lavori pesanti in campagna o sui monti. Queste zitelle erano quindi di un’abilità e sensibilità straordinarie.

In generale la confezione della treccia era precipua occupazione delle donne che vi attendevano perfino a letto e al buio, mentre la cucitura dei cappelli (a mano fino al 1875) era quasi esclusivamente riservata agli uomini.

Ma ciò non impediva che la binda la sapessero far tutti: perfino curati, medici, notai e maestri di scuola se erano nativi della valle. Continuavano a fare la treccia – come avevano imparato da ragazzi.” 

Tratto da, Giovanni Bianconi, Artigianati scomparsi, Edizioni Dadò

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